ATTRIBUZIONE DI COMPETENZE DIRIGENZIALI



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RINVIO DI UN CONCORSO E RISARCIMENTO DEL DANNO



































































































CONSIGLIO DI STATO, SEZ CONSIGLIO DI STATO, SEZ. IV - sentenza 21 agosto 2006 n. 4858 - Pres. Salvatore, Est. Anastasi - Terlizzi ed altri (Avv. Ventura) c. Comune di San Ferdinando di Puglia (Avv. Di Florio) e Regione Puglia (n.c.) - (conferma T.A.R. Puglia - Bari, Sez. II, sent. 16 giugno 2005, n. 2919).   R E P U B B L I C A I T A L I A N A IN NOME DEL POPOLO ITALIANO Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) ha pronunciato la seguente DECISIONE sul ricorso in appello proposto da Terlizzi Michele,Terlizzi Raffaele, Terlizzi Salvatore (n. nel 1930), Terlizzi Scelza Anna Maria e Terlizzi Salvatore (n. nel 1956) rappresentati e difesi dall’avvocato Costantino Ventura, con domicilio eletto in Roma Via Laura Mantegazza n. 24 presso il cav. Luigi Gardin; contro il Comune di San Ferdinando di Puglia, in persona del Sindaco p.t., rappresentato e difeso dall’avvocato Massimo Corrado Di Florio ed elettivamente domiciliato in Roma Via Nizza n. 59 presso lo studio legale Astolfo; nonchè contro la Regione Puglia, non costituita in giudizio; per l’annullamento della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia – II Sez. di Bari 16.6.2005 n. 2919; Visto il ricorso con i relativi allegati; Visto l’ atto di costituzione in giudizio del comune; Viste le memorie prodotte dalle parti a sostegno delle rispettive difese; Visti gli atti tutti della causa; Relatore alla Pubblica Udienza del 5 maggio 2006 il Consigliere A. Anastasi; udito l’avv. Ventura; Ritenuto e considerato in fatto e in diritto quanto segue. FATTO Con ricorso al TAR Bari gli odierni appellanti hanno impugnato gli atti relativi alla approvazione, da parte del Comune di San Ferdinando di Puglia, del progetto preliminare ed esecutivo per la costruzione di una zona mercatale su area di proprietà ed a ridosso del centro comunale, occupata in via d’urgenza. Con successivi motivi aggiunti gli interessati hanno poi impugnato il Decreto di esproprio. Infine con ulteriori motivi aggiunti al ricorso (notificati anche alla Regione) gli stessi hanno impugnato gli atti di adozione ed approvazione del P.U.G. comunale. Con la sentenza in epigrafe indicata il Tribunale ha respinto il ricorso ed i (primi) motivi aggiunti rivolti avverso il Decreto di esproprio, mentre ha dichiarato inammissibili i motivi aggiunti rivolti avverso gli atti di pianificazione urbanistica, considerati non incidenti ratione temporis nella procedura espropriativa. La sentenza è stata impugnata col ricorso all’esame dai soccombenti, che ne domandano l’integrale riforma, riproponendo mediante distinti motivi di appello le doglianze già disattese in prime cure. Con memoria versata in vista della Camera di consiglio fissata per l’esame della domanda cautelare ex art. 33 legge TAR gli appellanti hanno eccepito l’illegittimità costituzionale dell’art. 11 della legge della Regione Puglia n. 20 del 2001 per contrasto con l’art. 117 della Costituzione. Si è costituito il comune, instando per il rigetto dell’appello. Le Parti hanno presentato memorie. All’Udienza del 5 maggio 2006 il ricorso è stato trattenuto in decisione. DIRITTO L’appello è infondato e la sentenza impugnata va confermata, sia pure con integrazioni motivazionali. Al fine di ricostruire i tratti salienti dell’odierna controversia, si ricorda che con delibere consiliari nn. 64 e 79 del 2001 il comune di San Ferdinando di Puglia approvò il progetto preliminare per la costruzione del pubblico mercato e inserì detta opera nel programma triennale dei lavori 2001/2003. Successivamente con determina dirigenziale n. 194 del 2002 fu approvato il piano esecutivo mentre con decreto n. 159 del 2002 fu dato corso all’occupazione d’urgenza del terreno di proprietà dei ricorrenti. Con ricorso notificato l’11 novembre 2002 i comproprietari hanno impugnato il suddetto decreto nonchè, quali atti presupposti, tutti i provvedimenti comunali (sopra citati) inseriti nella sequenza di approvazione del progetto dell’opera pubblica. Con un primo atto di motivi aggiunti i ricorrenti hanno quindi impugnato per illegittimità derivata il decreto di esproprio, nel frattempo emanato. Con un secondo atto di motivi aggiunti gli stessi hanno impugnato i vari atti relativi all’approvazione del P.U.G. comunale. Ciò premesso, osserva il Collegio che – come risulta dagli atti contenuti nel fascicolo di primo grado – con nota a firma del responsabile del procedimento in data 10.4.2002 l’amministrazione comunale ha comunicato agli interessati l’avvio della procedura espropriativa dell’area di loro proprietà, finalizzata alla costruzione dell’area mercatale per cui è controversia. Quanto meno dalla data di ricezione della suddetta comunicazione gli interessati sono quindi venuti a conoscenza dell’avvio di un procedimento ablatorio, ovviamente fondato sulla pregressa approvazione del progetto dell’opera e sulla relativa dichiarazione di pubblica utilità. Da quella data, pertanto, ha iniziato a decorrere il termine di decadenza per l’impugnazione di atti (appunto relativi all’ormai concluso segmento procedimentale di approvazione del progetto e di dichiarazione di p.u.) aventi una immediata portata lesiva e quindi da impugnare nel termine di decadenza: ai fini della decorrenza del termine per l’impugnazione, infatti, la piena conoscenza di un provvedimento deve intendersi realizzata (almeno in epoca anteriore all’entrata in vigore dell’art. 21 bis della legge n. 241 del 1990) con la conoscenza della sua esistenza e della sua lesività, mentre la successiva acquisizione del contenuto integrale legittima solo l'eventuale proposizione di motivi aggiunti in relazione agli aspetti non conosciuti prima. Ne consegue che quando gli interessati hanno agito in giudizio impugnando il decreto che disponeva l’occupazione d’urgenza dell’area i provvedimenti di cui sopra erano in realtà divenuti inoppugnabili. Ciò comporta che le censure versate col ricorso introduttivo per contestare la legittimità degli atti presupposti al decreto stesso erano in realtà inammissibili, difettando ogni presupposto per il riconoscimento – invocato dai ricorrenti – dell’errore scusabile. E’ infatti da tempo acquisito in giurisprudenza il principio secondo il quale non sono ammissibili, nel contesto dell’impugnativa di un decreto di occupazione, le censure di illegittimità derivata, cioè esclusivamente relative ad altri atti presupposti divenuti inoppugnabili e, quindi, di per sé autonomamente idonei a porsi come presupposto dei successivi atti ablatori. I rilievi sin qui svolti non incontrano preclusione in virtù della omessa impugnazione incidentale da parte del comune del capo di sentenza col quale il ricorso è stato dichiarato ricevibile. Infatti, il giudicato interno formatosi sulla questione di rito non preclude al giudice d’appello di valutare nel merito l’ammissibilità delle specifiche censure, trattandosi di profilo non affrontato espressamente dal primo Giudice. A quanto sin qui osservato in diritto si deve aggiungere, in punto di fatto, che la ricevibilità del ricorso è stata dichiarata dal Tribunale con riferimento alla data di ricezione da parte di una dei comproprietari dell’avviso di deposito ex art. 10 L. n. 865 del 1971 di atti (in particolare: relazione esplicativa, piano particellare e planimetrie catastali) tutti relativi al segmento procedimentale di espropriazione: ferma la sua intangibilità, la statuizione in rito non incide quindi, a giudizio del Collegio, sul vaglio di ammissibilità di censure rivolte avverso atti emanati nel contesto di un diverso e anteriore subprocedimento. Tanto premesso, e passando al merito, con il motivo che per esigenze logiche conviene prioritariamente esaminare gli appellanti contestano il capo di sentenza col quale il Tribunale ha dichiarato l’inammissibilità per difetto di interesse dell’impugnativa (secondo atto di m.a.) rivolta avverso uno strumento di programmazione territoriale entrato in vigore successivamente all’esproprio in controversia. In tal senso, osservano i ricorrenti da un lato che la delibera di adozione del P.U.G. è anteriore alla approvazione del progetto dell’opera; dall’altro che in ogni caso anche il precedente P.R.G. (adottato nel 1997) non era mai stato in realtà formalmente approvato dalla Regione. Nel merito, i ricorrenti chiedono che sia dichiarata la nullità insanabile del P.U.G., dalla quale deve necessariamente discendere la caducazione di tutti gli atti adottati sul presupposto delle prescrizioni urbanistiche ivi contenute. Il mezzo è infondato, dovendosi confermare l’inammissibilità dei motivi aggiunti di primo grado ora in esame. Per quanto riguarda il precedente Piano regolatore in realtà nessuna espressa censura risulta formulata con gli atti introduttivi del giudizio di primo grado, nei quali a ben vedere si fa questione soltanto dell’invalidità del P.U.G.: di talchè le deduzioni ora svolte in appello al riguardo risultano, a prescindere da ogni ulteriore approfondimento, inammissibili per la loro novità. Per quanto riguarda il P.U.G., alle condivisibili considerazioni esposte dal Tribunale deve aggiungersi che i motivi aggiunti contro di esso proposti erano evidentemente tardivi in quanto il termine per ricorrere contro il piano regolatore generale inizia a decorrere per tutti gli interessati, inclusi i proprietari di immobili oggetto delle previsioni limitative del piano, dall' avvenuto espletamento delle formalità di pubblicazione conseguenti all' approvazione dello strumento urbanistico. Nè le conclusioni ora raggiunte possono essere revocate in dubbio ragionando, come fanno gli appellanti, in termini di nullità radicale dello strumento: è evidente infatti che nel caso di specie il comune – allorchè ha approvato l’atto in via definitiva per mancata ricezione delle osservazioni regionali nel termine ex art. 11 comma 8 L.R. n. 20 del 2001 – non versava in quella situazione di "difetto assoluto di attribuzione" cui l’art. 21 septies della legge n. 241 ricollega l’invalidità insanabile del provvedimento. In altri termini, anche ammettendo che nel caso in esame la formazione del silenzio assenso regionale fosse stata impedita dall’adozione di osservazioni sia pure tardivamente comunicate, quella addebitabile all’ente comunale resterebbe pur sempre una carenza di potere in concreto, deducibile come vizio di incompetenza relativa negli ordinari termini di decadenza, nella specie non rispettati. Esclusa la nullità del Piano, i motivi aggiunti erano quindi inammissibili per la loro tardività, oltre che per il difetto di interesse riscontrato dal Tribunale. L’inammissibilità dei pred......