DECADENZA DI AMMINISTRATORE LOCALE COINVOLTO NEL CONTENZIOSO DI UNA PARTECIPATA



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Inapplicabile la sanzione per mancato rispetto del patto 2010



































































































Corte di Cassazione - Sezione I civile - Sentenza 1-28 dicembre 2010 n Corte di Cassazione - Sezione I civile - Sentenza 1-28 dicembre 2010 n. 26210 Presidente Vitrone - Relatore Forte LA MASSIMA Elezioni - Incompatibilità e ineleggibilità - Decadenza dalla carica di sindaco per lite pendente. Costituisce lite pendente con il Comune, tale da determinare l'incompatibilità con la carica di consigliere comunale, ai sensi dell'articolo 63, comma 1, n. 4, Dlgs 18 agosto 2000, n. 267, il sindaco (o altro amministratore comunale) che, essendo nominato amministratore di una società partecipata, sia chiamato in causa per responsabilità nell'esercizio delle sue funzioni gestionali all'interno della società stessa. Tale condizione di incompatibilità (restringimento del diritto elettorale passivo) permane sino a quando non siano rimosse le cause della lite pendente. La condotta di gestore di una società partecipata dal Comune, che annovera nel suo Consiglio di amministrazione un rappresentante del Comune, fosse anche il sindaco, non esclude la piena autonomia della gestione societaria rispetto alla funzione del rappresentante del Comune stesso. Pertanto, per l'amministrazione comunale non può essere invocata l'esimente di cui all'articolo 63, comma 3, Dlgs 18 agosto 2000, n. 267. In diritto amministrativo , non è concepibile una delega tacita. Conseguentemente, in caso di rinnovo del Consiglio comunale, coloro che sono stati nominati dal Consiglio comunale precedente, quali rappresentanti in seno a società partecipate, esercitano i loro poteri in seno alle stesse sino al rinnovo delle nomine, in forza del principio della prorogatio e non di delega tacita. Svolgimento del processo La Corte d'appello di Roma, con sentenza del 14 luglio 2010, ha respinto il gravame di Pi.An. contro la decisione del Tribunale di Civitavecchia n. 4359 del 2010, che lo aveva dichiarato decaduto dalla carica di sindaco del Comune di (OMESSO), su ricorso di Di.Gi.Ni. An., Pi.Fr., Fr.Al., Bi.Si. e Fi.Mi., per esservi una lite pendente con l'ente locale che lo aveva evocato in causa, chiedendo l'accertamento della sua responsabilità, quale amministratore della s.p.a. Ac.Cl.Ho., per i danni provocati nella gestione di questa. L'ente locale, socio della indicata società per azioni, aveva agito domandando la condanna degli amministratori, tra i quali era il Pi.A., presidente del consiglio di amministrazione della società perché sindaco del comune di (OMESSO) cui lo statuto garantiva tale funzione societaria esercitata dal convenuto dal (OMESSO), anche dopo la scadenza del mandato di sindaco. Il risarcimento del danno è stato chiesto nella misura di oltre euro 440.000,00, per non avere gli amministratori nominato uno degli arbitri in una controversia con una impresa concorrente, che aveva dato luogo a un lodo deciso da un collegio arbitrale privo del rappresentante della società partecipata dal Comune; l'azione era stata intrapresa anche per i danni cagionati, con la omessa predisposizione di un fondo rischi per i contenziosi, e per non aver preso atto dell'azzeramento del capitale sociale, con la conseguente mancata predisposizione della procedura per la messa in liquidazione coatta della società. Con l'appello avverso la decisione del tribunale, il Pi.A. ha chiesto alla Corte di appello di rilevare la non manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale da lui prospettate, in ordine al Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267, articolo 63, comma 3, e relativamente all'esimente dalla incompatibilità nella carica per lite pendente, se questa è connessa all'espletamento del mandato sindacale, questioni in primo grado ritenute inammissibili. Dopo l'intervento ad adiuvandum alla posizione del Pi.A. di altri cittadini elettori, dichiarato inammissibile con la sentenza di cui in epigrafe, l'adita Corte d'appello ha respinto il gravame del Pi.A., ritenendo sussistere la pendenza di una lite tra questo e l'ente locale, che imponeva di dichiarare la decadenza dell'appellante dalla carica di sindaco. Per la cassazione di questa sentenza ha proposto ricorso, con atto notificato il 3-10 agosto 2010, il Pi.A. con cinque motivi cui resistono, con controricorso illustrato da memoria ai sensi dell'articolo 378 c.p.c., il Di.Gi., il Pi.F., il Bi. e la Fi.; non hanno svolto attività difensiva il Comune di Anguillara Sabazia e gli interventori adesivi Di.Ca. e altri. Motivi della decisione 1.1. Il primo motivo di ricorso del Pi. A. deduce violazione del Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267, articolo 63, comma 3, n. 4, essendo errata la qualifica di parte affermata dalla sentenza impugnata per il Comune di Anguillara Sabazia nella causa da questo promossa quale socio contro gli amministratori della s.p.a. Ac.Cl.Ho., per cui deve negarsi sussista una effettiva lite pendente del ricorrente con l'ente locale. Il Comune di Anguillara Sabazia, quale socio di minoranza, ha infatti convenuto in giudizio il Pi.A., presidente del consiglio di amministrazione della s.p.a. Ac. Cl.Ho., per sentirne dichiarare la responsabilità nella gestione del patrimonio sociale per i danni arrecati alla società, ai sensi dell'articolo 2476 c.c.. Ad avviso del ricorrente, l'azione del socio è svolta quindi in sostituzione della società, che può rinunciare ad essa e transigere la causa, se lo consente la maggioranza dei soci che rappresentano i due terzi del capitale sociale e non si oppongano i soci che rappresentano almeno un decimo dello stesso capitale. Oggetto del giudizio è quindi il solo interesse della società a essere risarcita dei danni arrecati ad essa attraverso l'azione del socio, che quindi surroga nella causa il solo destinatario del risarcimento che è la società (si cita nel ricorso Cass. 28 luglio 2001 n. 10335, che peraltro attiene al diverso caso in cui il comune e il soggetto dichiarato decaduto avevano agito insieme contro terzi e non erano quindi in lite tra loro). Nel caso manca, ad avviso del ricorrente, un conflitto di interessi tra il Comune e la società, emergendo la posizione dell'ente locale quale sostituto processuale di questa, avendo esso agito per conto della società, tanto che, ai sensi dell'articolo 2476 c.c., solo quest'ultima può transigere o rinunciare alla lite, essendo irrilevante l'azione ex articolo 96 c.p.c., proposta dal Pi.A. contro l'attore, in replica alla domanda principale cui fa riferimento la sentenza impugnata, per riaffermare la pendenza di una causa tra le parti, rilevante ai fini della incompatibilità nella carica di sindaco del Pi.A. Il carattere solo interno dell'istanza ai sensi dell'articolo 96 c.p.c., esclude, per il ricorrente, ogni rilievo della istanza di condanna per lite temeraria, che non costituisce, per il Pi.A., lite pendente tra lui e il comune. L'azione tende in sostanza al recupero del danno arrecato alla società e non di quello subito dal socio, con cui non vi è conflitto di interessi dell'ente locale-socio che chiede ai giudici di verificare la condotta degli amministratori della società tra cui è il Pi.A.; proprio per tale ragione, ad avviso del ricorrente, la pronuncia impugnata cerca di rilevare tale conflitto nell'azione del convenuto contro l'attore ai sensi dell'articolo 96 c.p.c., la quale, per il suo carattere accessorio rispetto a quella principale, da luogo a un conflitto tra le stesse parti di tale ultima causa, nella quale il socio è legittimato ad agire solo per un interesse della società e non proprio, con assenza della contrapposizione degli interessi delle parti, necessaria a dar luogo alla lite pendente, nei sensi del citato Decreto Legislativo n. 267 del 2000. In tale contesto, il ricorrente deduce di avere sollevato un primo profilo di illegittimità costituzionale del Decreto Legislativo n. 267 del 2000, articolo 63, comma 2, da ritenere non manifestamente infondato, in rapporto agli articoli 3, 24 e 51 Cost., in quanto si prevede una incompatibilità non attuale e per conflitti di interessi neppure vagliati dal Comune stesso o riscontrati da esso, prima di una pronuncia definitiva su detta domanda risarcitoria. Afferma il ricorrente che egli non può disporre di tale lite, cui non può rinunciare e per la quale non ha il potere di transigere, con la conseguenza che il suo diritto di elettorato passivo viene leso senza sua colpa e in mancanza di una giustificazione logica che consenta di escludere la sua permanenza in carica in difetto di una reale incompatibilità, che potrebbe derivare soltanto da un reale conflitto di interessi tra di lui e l'ente locale, indispensabile per dar luogo alla decadenza dalla funzione di sindaco. Basta le proposizione della lite perché, non potendosi rimuovere la causa di incompatibilità e indipendentemente dall'esito della controversia, si determini una compressione rilevante del diritto di elettorato passivo, cui la Costituzione riserva la tutela più ampia possibile, in contrasto con una eventuale lettura solo formale del regime dell'incompatibilità, sganciata da ogni conflitto effettivo di interessi, come quella data dalla Corte di merito. 1.2. Il motivo di ricorso è palesemente infondato, in quanto la incompatibilità alla carica di sindaco di «colui che ha lite pendente in quanto parte di un procedimento civile od amministrativo... con il comune» (Decreto Legislativo n. 267 del 2000, articolo 63, n. 4), ha riguardo al concetto tecnico di parte, inteso nel senso processuale, «che non riferibile, in chiave sostanzialistica, alla diversa figura del soggetto interessato all'esito della lite per le ricadute patrimoniali che possano derivargliene» (Cass. 19 maggio 2001 n. 6880). L'azione di cui all'articolo 2476 c.c., peraltro, anche se tende alla reintegrazione per equivalente dei danni arrecati alla società dalla condotta illecita degli amministratori, è promossa da ciascun socio, legittimato in proprio e a tutela di propri interessi a chiedere in sede giurisdizionale l'accertamento delle responsabilità degli amministratori nei confronti della società, nell'esercizio dei suoi poteri di controllo della gestione societaria. Tale azione determina un processo tra il socio e ciascuno degli amministratori e rimane diversamente regolata dall'azione sociale di responsabilità degli amministratori, deliberata dall'assemblea dei soci ai sensi dell'articolo 2393 c.c.; inoltre l'attore con l'azione ai sensi dell'articolo 2476 c.c., può pure domandare la condanna di detti amministratori per i danni cagionati a se stesso oltre che per quelli subiti dalla società (sui danni diretti e riflessi al socio cfr. di recente Cass. 23 giugno 2010 n. 15220). L'azione del socio nei confronti degli amministratori ai sensi dell'articolo 2476 c.c., per i danni arrecati alla società compete comunque allo stesso socio nell'esercizio dei suoi poteri di controllo sugli amministratori, in via autonoma e non surrogatoria, tanto che, anche se la società rinunci o transiga la lite, resta ferma per il singolo socio, direttamente danneggiato da atti dolosi o colposi degli amministratori, la eventuale domanda personale di risarcimento del danno (articolo 2476, comma 6). In tal senso si sono di recente pronunciate le stesse S.U. di questa Corte, sia pure ad altri fini (S.U. 23 febbraio 2010 n. 4309 e 19 dicembre 2009 n. 26306), per cui deve ritenersi sussistere il conflitto di interessi tra amministratori e soci che agiscano nei loro confronti, sia pure per fare accertare la loro responsabilità nei confronti della società, diversamente disciplinata per la giurisdizione da quella verso il socio pubblico, come rilevano le pronunce da ultimo citate delle sezioni unite. Nel caso sussiste la lite pendente tra il Comune quale socio e il Pi.A., quale amministratore della società, e l'azione esercitata dal primo non è in surroga della società ma a favore di essa ed eventualmente può estendersi anche ai danni direttamente subiti dal socio, per cui risulta chiaro il conflitto di interessi tra ricorrente e comune-socio che agisce contro di lui. Irrilevante è poi la circostanza che la rinuncia o transazione della lite può essere decisa solo dalla società con delibera assembleare, in quanto la posizione di convenuto del Pi.A. comunque non gli consentirebbe alcuna rinuncia e gli atti sopra indicati riservati alla società devono esprimere in ogni caso una volontà collegiale con le maggioranze qualificate di cui all'articolo 2476, comma 5, per produrre effetti nel processo, senza pregiudizio del diritto al risarcimento del danno individuale prodotto al socio dalla gestione illecita della società ed evidenziando solo uno strumento di gestione degli interessi comuni o societari diversa da quella che il socio ritiene corretta e per i suoi autonomi poteri può chiedere di tutelare in sede giurisdizionale (sulla diversità dei poteri di controllo da quelli di vigilanza, ai fini dell'incompatibilità cfr.; Cass. 14 gennaio 2008 n. 626). Il socio ha in ogni caso diritto al rimborso delle spese dalla società stessa, in caso di accoglimento della sua domanda, nulla potendo invece pretendere in ipotesi di rigetto di essa, evidenziandosi anche per tale riflesso la sua posizione di contrapposizione a quella del Pi.A. Anche se la disciplina delle spese nell'azione ai sensi dell'articolo 2409 c.c., è ritenuta espressione della mera posizione tecnico-giuridica di parte (Cass. 4 gennaio 2009 n. 1571), essa, come contenuta nell'articolo 2476 c.c., conferma l'interesse proprio all'azione del socio anche se a vantaggio esclusivo della società, la quale è esente da ogni spesa in caso di soccombenza, che è e rimane del singolo socio il quale deve rimborsare in proprio le spese agli amministratori se vincenti, apparendo palese per tale profilo che la controversia e il conflitto sottostante sono tra socio attore e amministratori della società. Proprio l'accessorietà della disciplina delle spese rispetto al rapporto controverso, dedotta dal Pi.A. per escludere che la sua azione ai sensi dell'articolo 96 c.p.c., rilevi per dar luogo al conflitto, conferma la corretta affermazione del conflitto in tale controversia tra il comune quale socio e il ricorrente quale amministratore della società nell'azione principale, in relazione alla previsione normativa che pone le spese di causa sul socio in proprio, in caso di soccombenza nell'azione da lui promossa contro gli amministratori, anche se a vantaggio della sola società, alla quale egli è legittimato in proprio quale socio di questa. Risulta infondato il ricorso quando esclude la pendenza della lite per il Pi.A., per esservi......