DURATA DEL PROCEDIMENTO DISCIPLINARE



(continua a leggere)


Oneri del condono edilizio: vale l'entità vigente all'epoca dell'abuso?



































































































N N.4665/2002 Reg. Dec. N. 3626 Reg. Ric. Anno 1993 R  E  P  U  B  B  L  I  C  A     I  T  A  L  I  A  N  A IN NOME DEL POPOLO ITALIANO             Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) ha pronunciato la seguente D E C I S I O N E sul ricorso n. 3626/93 proposto dal Ministero di Grazia e Giustizia, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso la stessa legalmente domiciliato in Roma, via dei Portoghesi, n. 12; contro De Vizia Addiego, non costituito in giudizio; per l’annullamento della sentenza del Tribunale amministrativo regionale della Toscana, Sez. I, n. 547, pubblicata in data 29 novembre 1992, resa tra le parti, con cui è stato accolto il ricorso proposto da De Vizia Addiego, concernente applicazione di sanzione disciplinare. Visto il ricorso con i relativi allegati; Visti gli atti tutti della causa; Relatore alla pubblica udienza del 12 marzo 2002 il Consigliere Giuseppe Carinci; Udito l’Avvocato dello Stato Greco, per l'Amministrazione appellante; Ritenuto in fatto e in diritto quanto segue. FATTO De Vizia Addiego, collaboratore di cancelleria presso il Tribunale di Livorno, ha impugnato dinanzi al Tribunale amministrativo regionale della Toscana, il provvedimento con cui il Ministro della Giustizia gli ha inflitto, in data 30 gennaio 1991, la sanzione disciplinare della sospensione dalla qualifica e privazione dello stipendio per due mesi, per averlo ritenuto responsabile, a seguito di condanna penale, di alterazione del bollettario e del registro del servizio proventi dell’Ufficio di Cancelleria. Parte ricorrente esponeva che il procedimento disciplinare, seppure iniziato entro i prescritti 180 giorni dalla notizia della sentenza penale irrevocabile, era stato concluso oltre il prescritto termine di 90 giorni, con violazione dell’art. 9, comma 2°, della legge 7 febbraio 1990, n. 19. Il Tribunale amministrativo ha ritenuto fondato il ricorso e lo ha accolto, respingendo le tesi dell’Amministrazione. Avverso la decisione ha interposto appello il Ministero di Grazia e Giustizia per i seguenti motivi. 1)     E’ errata la tesi del giudice di primo grado, secondo cui i termini previsti dall’art. 9 della legge 7 febbraio 1990, n. 19, si applicherebbero anche alle ipotesi in cui il procedimento disciplinare non si sia concluso con la destituzione del dipendente. L’indicata disposizione è stata infatti dettata, secondo la nota sentenza della Corte Costituzionale n. 971 del 1988, con riferimento esclusivo all’istituto della destituzione, e non può ritenersi che attraverso di essa si sia voluto disciplinare ex novo l’intero procedimento disciplinare. 2)     Gli artt. 9 e 10 della legge 7 febbraio 1990, n. 19, pongono, come condizione per la comminatoria della destituzione del dipendente penalmente condannato, l’obbligo del previo procedimento disciplinare, prescrivendo un termine iniziale e uno finale per il suo espletamento. Non avendo la legge dettata alcuna disciplina particolare in proposito, le norme che ne regolano lo svolgimento non possono essere che quelle del T.U. 10 gennaio 1957, n. 3. E’ evidente, peraltro, che il termine di 90 giorni, fissato dagli artt. 9 e 10 su citati, non sempre è in grado di garantire il rispetto dei termini parziali fissati per lo svolgimento delle singole fasi endoprocedimentali. Il che sta a dimostrare che al termine di 90 giorni introdotto con la legge n. 19 del 1990 non può riconoscersi natura decadenziale o prescrizionale. Diversamente, verrebbe a stabilirsi un palese contrasto tra tale norma e gli artt. 3 e 97 della Costituzione. L’appellato non si è costituito in giudizio. D I R I T T O Come esposto in narrativa, il Ministero di Grazia e Giustizia ha impugnato la decisione con la quale il Tribun......