ELEGGIBILITA' DEL LAVORATORE INTERINALE



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LOMBARDIA/SOMMINISTRAZIONE ALIMENTI E BEVANDE



































































































CORTE DI CASSAZIONE, SEZ CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I CIVILE – sentenza 11 marzo 2005 n. 5449 - Pres. Lo Savio, Rel. Di Palma - Cavallaro c. Comune di Aci Sant’Antonio e Barbagallo. SVOLGIMENTO DEL PROCESSO Con ricorso al tribunale di Catania, proposto in data 13 settembre 2003 ai sensi dell’articolo 82 del Dpr 570/60, Alfio Cavallaro – elettore iscritto nelle liste elettorali del Comune di Aci Sant’Antonio, secondo dei non eletti nella lista di "Forza Italia" alle elezioni per il rinnovo del consiglio comunale, tenutasi il 25 ed il 26 maggio 2003 – impugnò la deliberazione del consiglio comunale di detto comune 59/2003, con la quale era stato surrogato nella carica di consigliere comunale – ad Antonio Ferrara, dimissionario – il sig. Giuseppe Barbagallo, primo dei non eletti nella medesima lista. Il ricorrente – nel chiedere l’annullamento della deliberazione impugnata e la dichiarazione di decadenza e/o di rimozione dalla carica del Barbagallo e del conseguente suo diritto a ricoprire la carica medesima – deduceva, in particolare, che il Barbagallo doveva considerarsi ineleggibile alla carica di consigliere comunale, ai sensi dell’articolo 9 n. 7 della legge regionale siciliana 31/1986, in quanto prestava attività lavorativa per il comune di Aci Sant’Antonio come autista di "scuolabus", e precisava che lo stesso era da tempo ed ancora attualmente, "lavoratore interinale" assunto a tempo determinato per il tramite di Italia Lavora Spa con le mansioni di autista di scuolabus. Il Barbagallo, costituitosi, nell’instare (anche) per la reiezione del ricorso nel merito, sottolineò che egli non era dipendente del Comune di Aci Sant’Antonio, ma dipendente della Italia Lavora Spa, impresa fornitrice di servizi al predetto comune, al libro matricola della quale risultava iscritto e dalla quale era retribuito ai sensi dell’articolo 3 della legge 196/97. Il Procuratore della Repubblica presso il tribunale adito concluse per l’accoglimento del ricorso. Il Tribunale di Catania, con sentenza 3647/03 rigettò il ricorso. A seguito di appello del Cavallaro – cui resistette il Barbagallo – ed in contraddittorio con il Pg presso la Corte d’appello – che instò per l’accoglimento del gravame – la Corte d’appello di Catania, con sentenza 80/2004, rigettò l’appello. In particolare, la Corte ha così, testualmente, motivato la decisione: A) «invero a norma dell’articolo 1 legge 196/97, il contratto di lavoro temporaneo è il contratto con il quale l’impresa "fornitrice" pone uno o più lavoratori, da essa assunti, con il contratto previsto dal successivo articolo 3, a disposizione dell’impresa utilizzatrice per il soddisfacimento di esigenza di carattere temporaneo. Oggetto del contratto è dunque la fornitura di "prestazioni di lavoro temporaneo", prestazioni che, proprio in considerazione della loro natura e della loro finalità, non possono non essere che svolte nell’interesse nonché sotto la direzione ed il controllo impartiti dall’impresa utilizzatrice (articolo 3, comma 2 e 4 comma 1). Tali circostanze tuttavia non comportano che il prestatore di lavoro possa essere considerato "dipendente" della ditta utilizzatrice, atteso che il lavoratore viene assunto dalla ditta fornitrice (articolo3), la quale assume l’obbligo del pagamento diretto al lavoratore sia del trattamento economico che del versamento dei contributi previdenziali. A fronte di tale obbligo sta il correlativo obbligo della ditta utilizzatrice di comunicare i trattamenti retributivi e previdenziali applicabili e le eventuali differenze maturate nel corso di ciascuna mensilità, nonché quello di rimborsare all’impresa fornitrice, il trattamento economico ed i contributi previdenziali (articolo 1, comma 5, lett. d, f, g). Tali disposizioni normative dimostrano inequivocabilmente come il lavoratore sia da qualificare sia da un punto di vista formale che sostanziale quale dipendente della ditta fornitrice e non di quella utilizzatrice. Altrimenti argomentando, dovrebbe ritenersi che la normativa in esame abbia inteso abolire il divieto di interposizione fittizia di mano d’opera previsto dalla legge 1369/60, circostanza esclusa, invece, dal chiaro disposto dell’articolo 10 della citata legge, secondo cui continua a trovare applicazione la legge 1363/60». B) «Deve , in conseguenza, affermarsi che il lavoratore non è dipendente del comune, sebbene della ditta Italia Lavora Spa, dalla quale è stato assunto (come dimostrato dal libretto di lavoro), e che in data 24 marzo 2003 ha stipulato con il comune di Aci Sant’Antonio contratto di fornitura di lavoro temporaneo ai sensi della legge 196/97. La circostanza, poi, che il Comune, nelle attestazioni indicate dall’appellante abbia indicato il Barbagallo quale "dipendente" ed abbia deliberato in favore del predetto il pagamento diretto di alcune spettanze non costituiscono elementi idonei a modificare lo status di lavoratore alle dipendenze della ditta fornitrice. Infondato è quindi l’assunto dell’appellante, secondo cui il Barbagallo deve essere considerato dipendente comunale anche se a tempo determinato»; C) «Peraltro, come sostenuto nella sentenza impugnata, la posizione lavorativa dell’appellato non può, ai fini dell’accertamento della causa di ineleggibilità, essere assimilata a quella del lavoratore dipendente comunale, atteso che le norme che derogano al principio della generalità dell’elettorato passivo costituiscono norme eccezionali di stretta interpretazione, non suscettibile di interpretazione analogica…». D) «La Corte condivide, poi, le argomentazioni del tribunale, che, prendendo, in considerazione proprio le modalità di svolgimento dell’attività lavorativa del Barbagallo, siccome evidenziate dal ricorrente, ha osservato come le stesse non siano esclusivamente tipiche di coloro che abbiano un rapporto di dipendenza con il comune, ma siano, anzi, comuni ad un numero elevatissimo di altri soggetti, con riferimento ai quali non è possibile, per via interpretativa, un’estensione della causa di ineleggibilità come quella invocata dal Cavallaro. In particolare, ha evidenziato che, ove il servizio di scuolabus fosse stato svolto da un’impresa che avesse assunto il relativo appalto, nessuna ipotesi di ineleggibilità si sarebbe configurata per i dipendenti dell’impresa appaltatrice, pur svolgendo i medesimi la stessa attività svolta dal Barbagallo». E) «Da ultimo si osserva che, contrariamente a quanto sostenuto dall’appaltante, in sentenza non si è affermato che, non prevedendo il Tu 267/00 la causa di ineleggibilità per i lavoratori interinali, tale situazione non sarebbe stata di ostacolo alla possibilità di venire eletti, avendo, di contro, i primi giudici, traendo spunto da tale ultima normativa, sottolineato esclusivamente che neanche la normativa successiva all’entrata in vigore della legge 196/97, sul lavoro interinale, aveva preso in considerazione situazioni diverse da quelle tipiche tassativamente previste; circostanza, questa, che dimostrava che l’intenzione del legislatore era stata nel senso di mantenere ferme le già previste cause di ineleggibilità e di non ravvisare nelle nuove figure lavorative elementi tali da dar luogo a cause nuove di ineleggibilità». Avverso tale sentenza Alfio Cavallaro ha proposto ricorso per cassazione, deducendo due motivi di censura,illustrati con memoria. Resiste, con controricorso, Giuseppe Barbagallo. Con ordinanza del 1 luglio 2004, questa Corte ha ordinato l’integrazione del contraddittorio nei confronti del Pg della Repubblica presso la Corte d’appello di Catania, alla quale il ricorrente ha ritualmente e tempestivamente ottemperato, senza che l’intimato si sia costituito, né abbia svolto attività difensiva. MOTIVI DELLA DECISIONE Deve, preliminarmente, dichiararsi irricevibile la memoria ex articolo 378 Cpc, depositata dal ricorrente nell’odierna udienza di discussione, in quanto presentata oltre il termine stabilito nella citata disposizione del codice di rito. Con il primo (con cui deduce "violazione falsa applicazione dell’articolo 60 comma 2 n.7 del Dl 267/00, dell’articolo 9 comma 1 n.7 legge regionale 31/1986, dell’articolo 1, 3, 4 legge 196/97, in relazione all’articolo 360, comma 1 n.3 Cpc. Omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia in relazione all’articolo 360 n.5 Cpc") ed il secondo motivo (con cui deduce: "Omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione in relazione all’articolo 360 Cpc") – che possono essere esaminati congiuntamente, avuto riguardo alla loro stretta connessione – il ricorrente critica la sentenza impugnata, anche sotto il profilo della sua motivazione, sostenendo: a) che l’espressione "dipendente del comune" dovrebbe essere intesa nel senso che essa, nella sua genericità ed in assenza di ulteriori specificazioni, comprende tutte le persone che siano legate all’ente da un rapporto implicante la subordinazione, con esclusione delle sole prestazioni di lavoro autonomo, e che non sarebbe legittimo interpretare restrittivamente la predetta espressione come riferentesi esclusivamente al dipendente legato all’ente da un formale rapporto di pubblico impiego, bensì intenderla come riferentesi al "dipendente del comune (che esplica) un’attività lavorativa indirizzata a tutelare il corretto funzionamento della singola amministrazione, ricorrendo gli elementi del rapporto funzionale che viene a crearsi"; b) che la Corte catanese si sarebbe limitata "ad affermare apoditticamente che il candidato eletto e surrogato Giuseppe Barbagallo non è dipendente del comune, non qualificando però il rpporto di dipendenza, secondo la citata volontà del legislatore", ed avrebbe "omesso di motivare e considerare che, nell’assunzione tramite l’impresa fornitrice il "dipendente utilizzato dal comune" viene ad esplicare un’attività lavorativa che ha i caratteri della professionalità, vincolo di subordinazione gerarchica verso i funzionari del Comune di livello superiore, retribuzione predeterminata, qualifica esistente nell’organico tipo dell’ente, contratto ad tempus previsto anche nel pubblico impiego»; c) che, in particolare, i giudici d’appello – fraintendendo la disciplina dettata dalla legge 196/97, secondo l’articolo 1 della quale "l’impresa fornitrice in buona sostanza si sostituisce a tutti gli effetti all’ufficio di collocamento, per cui, in verità, per il resto, il rapporto di lavoro si svolge esclusivamente tra la persona assunta e il comune, impresa utilizzatrice, rimanendo svincolata la società fornitrice" – non avrebbero tenuto conto di specifiche circostanze: e cioè, che "il dipendente è soggetto ad ogni disposizione che gli viene impartita dall’assessorato della Pubblica istruzione o dal dirigente", che "il Barbagallo esplica servizio da oltre cinque anni", oltre il termine biennale previsto dalla legge, sicché "la continuità del rapporto comporta un consolidamento della posizione del predetto di definitivo inserimento nell’amministrazione comunale con tutti i diritti proprio del dipendente sino ai buoni pasto e lavoro straordinario". Il ricorrente chiede, poi, che la Corte voglia ammettere la produzione di due deliberazioni del Consiglio comunale – 95/2003 e 101/03, aventi ad oggetto, rispettivamente, variazione al bilancio di previsione esercizio 2003 e variazioni di assestamento generale bilancio 2003 e variazioni di assestamento generale bilancio 2003 – dalle quali emergerebbe la situazione di "incompatibilità" del Barbagallo a ricoprire la carica di consigliere comunale. Infine, il ricorrente afferma che "le spese andavano poste a carico del resistente, dichiarata la di lui soccombenza, con l’accoglimento dei motivi di appello". Il ricorso non merita accoglimento. La questione che – per la prima volta – viene sottoposta all’esame di questa Corte,consiste nello stabilire se il soggetto – il quale, al momento della presentazione della candidatura, presta lavoro temporaneo, ai sensi degli articoli 1-11 della 196/97 (norme in materia di promozione dell’occupazione),presso un comune, quale ente "utilizzatore" – sia, o non, eleggibile alla carica di consigliere comunale del comune medesimo, alla luce di quanto disposto dall’articolo 9 comma 1 n.7 della legge regionale siciliana 31/1986 (norme per l’applicazione nella Regione siciliana della legge 816/85, concernente aspettative, permessi e indennità degli amministratori locali. Determinazione delle misure dei compensi per i componenti delle commissioni provinciali di controllo. Norme in materia di ineleggibilità e incompatibilità per i consiglieri comunali, provinciali e di quartiere), secondo cui "non sono eleggibili a consigliere provinciale, comunale e di quartiere…7) i dipendenti della provincia e del comune per i rispettivi consigli". Costituiscono circostanze rilevanti ed incontestate tra le parti – e, comunque, emergenti dagli atti, che questa Corte, quale giudice anche di merito nella materia de qua, può riesaminare – quelle, secondo cui Giuseppe Barbagallo – della cui eleggibilità si tratta – è stato "assunto" quale lavoratore temporaneo, dalla "impresa fornitrice" Italia Lavora Spa e prestava, al momento della presentazione della candidatura alla carica di consigliere comunale, lavoro temporaneo, con mansioni di autista di "scuolabus", presso il comune "utilizzatore" di Aci Sant’Antonio. Al fine di fugare alcune confusioni, che si rilevano negli scritti difensivi, è utile precisare che alla fattispecie in esame si applica unicamente la predetta disposizione della legge regionale siciliana, in quanto la Regione siciliana, com’è noto, ha competenza legislativa primaria in materia, ai sensi dell’articolo 14 lett. o) dello Statuto di autonomia («l’assemblea, nell’ambito della Regione e nei limiti delle leggi costituzionali dello Stato, senza pregiudizio delle riforme agrarie e industriali deliberate dalla Costituente del popolo italiano, ha la legislazione esclusiva sulle seguenti materie:…o) regime degli enti lo......