ICI: OPIFICI E ALBERGHI NON ACCATASTATI



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RAPPRESENTANZA FEMMINILE NELLE GIUNTE



































































































Opifici e alberghi non accatastati pagano l’Ici sulla rendita similare Opifici e alberghi non accatastati pagano l’Ici sulla rendita similare Corte di Cassazione - Sezione tributaria - Sentenza 2 marzo-16 agosto 2005 n. 16916 Presidente Riggio - Relatore Ferrara Svolgimento del processo La Telecom Italia S.p.a. a seguito dell'incorporazione della società Italcable S.p.a. veniva in possesso dell'immobile sito in via Antica di Cassano nel comune di Cassina de' Pecchi, costituito da due unità catastali, identificate al foglio 13, n. 58, sub 1 e 2, categoria D, di cui la prima unità ancora priva di rendita, e adibita a centrale telefonica, uffici e deposito. In relazione al possesso di detto immobile, per l'anno 1994 dichiarato ai fini Ici dalla Italcable con l'indicazione per il subalterno sub 2 del valore catastale, e per il subalterno sub 1, del cosiddetto costo contabile, la Telecom ometteva qualsiasi adempimento ai fini della suddetta imposta comunale e, richiesto di fornire chiarimenti in merito, nel rispondere al questionario inviatole, con comunicazione in data 12 giugno 2000 riconosceva l'omissione nella quale era incorsa e dichiarava che la base imponibile per la liquidazione dell'imposta relativamente al fabbricato ancora privo di rendita catastale, andava calcolata ex art. 5, comma 4, del Dlgs n. 504/1992 sulla base della rendita catastale presunta, indicata in lire 21.689.000.000 e non in base al cosiddetto criterio contabile, originariamente applicato dalla Italcable essendo il fabbricato in questione contabilizzato nelle scritture della società congiuntamente all'altro fabbricato riportato in catasto alla particella n. 58, sub 2, così da non risultare “distintamente contabilizzato” ai fini e per gli effetti di cui all'art. 5, comma 3, del Dlgs n. 504/1992. Disattendendo quest'ultima indicazione, in data 24 ottobre 2000 il comune di Cassina de' Pecchi notificava alla Telecom Italia S.p.a. due distinti avvisi di liquidazione dell'Ici per gli anni 1995 e 1996, relativi al fabbricato strumentale riportato in catasto senza attribuzione di rendita (part. 58 sub 1), determinando la base imponibile in oltre lire 59.500.000.000, alla stregua del criterio contabile originariamente applicato dalla Italcable. Entrambi i provvedimenti venivano quindi impugnati dalla contribuente, ma la Commissione tributaria provinciale di Milano con due distinte sentenze rigettava i ricorsi, ritenendo determinante ed assorbente la considerazione dell'avvenuta liquidazione del tributo sulla base dei dati dichiarati dalla società per il precedente anno d'imposta. Avverso quelle sentenze proponeva gravame la Telecom S.p.a. insistendo nella tesi dell'inapplicabilità al caso di specie del criterio di determinazione della base imponibile ex art. 5, comma 3, del Dlgs n. 504/1992, e la Commissione tributaria regionale della Lombardia, riunite le due impugnazioni, con sentenza n. 48, depositata il 21 maggio 2003 e notificata il successivo 28 maggio, accoglieva gli appelli ed annullava gli atti impugnati rilevando come, non essendo il fabbricato di cui alla particella n. 58 sub 1) autonomamente contabilizzato nelle scritture della società, si rendesse per ciò stesso inapplicabile il criterio di determinazione della base imponibile ai fini Ici applicato dall'ente impositore. Per la cassazione della sentenza di appello ha proposto ricorso, notificato il 25 luglio/1° agosto 2003, il comune di Cassina de' Pecchi, articolando tre distinti e complessi motivi, successivamente sostenuti anche con il deposito di memoria aggiunta. La contribuente ha replicato con controricorso notificato il 17 ottobre 2003. Motivi della decisione 1. Con il primo complesso motivo denuncia il ricorrente, ex art. 360, nn. 3), 4) e 5), del c.p.c. «Inammissibilità dell'appello della società - Violazione o falsa applicazione del combinato disposto degli artt. 53, comma 1, primo e secondo periodo, del Dlgs n. 546/1992, e dell'art. 35, comma 3, del D.Lgs. n. 546/1992 (evidentemente anche in relazione alla sentenza nel suo complesso ed al disposto dell'art. 395 del codice di procedura civile così come applicabile ex D.Lgs. n. 546/1992) - Genericità dell'appello, difetto di interesse all'impugnazione, omessa esposizione sommaria dei fatti di causa ed identificazione del primo decisum - Omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia». Sotto questa variegata rubrica, con un profluvio di argomentazioni in particolare deduce: a) l'inammissibilità degli appelli; 1) perché privi di specificità e formulati in maniera “perplessa”; 2) per difetto di interesse, stante la inidoneità ex ante alla rimozione delle sentenze gravate; 3) perché volti a dedurre pretesi errori in punto di fatto, eventualmente denunciabili solo con ricorso per revocazione; b) difetto di motivazione della sentenza, anche e soprattutto per aver il giudice di appello, senza alcuna giustificazione, fatto propria una ricostruzione dei fatti opposta rispetto a quella operata dal primo giudice; c) la mancata individuazione da parte del giudice di appello della doppia motivazione posta dalla Commissione tributaria provinciale a fondamento della propria decisione, con ogni conseguente riflesso sulla completezza delle valutazioni eseguite in ordine alla fondatezza degli appelli. Il motivo è sotto tutti i profili infondato. Preliminarmente al riguardo, a confutazione di un'idea palesemente erronea che permea l'intero motivo di ricorso in esame, non sarà superfluo ricordare che l'appello costituisce un mezzo di gravame con il quale l'ordinamento consente alla parte soccombente di denunciare anche soltanto l'ingiustizia della sentenza impugnata, al fine di richiedere il riesame dell'intera vicenda da parte del giudice di secondo grado, eventualmente anche proponendo una diversa ricostruzione dei fatti oggetto della controversia. Così che, in linea di principio, nessun dubbio sussiste in ordine all'ammissibilità degli appelli così come formulati dalla società. Esaminando poi più nello specifico le doglianze esposte dal ricorrente, deve osservarsi che: a/1) l'attenta lettura dei ricorsi in appello proposti dalla società, unitariamente considerati nei loro contenuti, con riferimento sia alla parte narrativa che a quella motiva, permette di rilevare senza ombra di dubbio alcuno la specificità dei motivi sui quali essi, in maniera niente affatto “perplessa”, si fondano, tali da consentire al giudice del gravame di identificare pienamente non solo il punto della sentenza impugnato, ma anche le ragioni di fatto e di diritto poste a fondamento della richiesta di riforma. Queste appaiono infatti indicate con assoluta chiarezza nell'assenza nelle scritture della società appellante, di una distinta contabilizzazione dei due fabbricati unificati nel compendio immobiliare di via Antica di Cassano, e quindi nella mancanza di un valore contabile del cespite sub particella n. 58, sub 1, utilizzabile ai fini dell'applicazione del criterio di determinazione della base imponibile previsto dall'art. 5, comma 3, del D.Lgs. n. 504/1992, risultando con ciò pienamente soddisfatto il disposto dell'art. 53 del D.Lgs. n. 546/1992, avuto riguardo anche ai contenuti delle sentenze di primo grado che sull'opposto presupposto invece si fondavano; a/2) l'interesse all'impugnazione, quale espressione del più generale interesse ad agire, trova la sua esaustiva fonte nella soccombenza della parte, nel precedente grado di giudizio, e non può essere in alcun modo condizionato da una valutazione, anche soltanto ex ante, della fondatezza delle ragioni di critica proposte con l'impugnazione stessa, che attiene al merito della controversia; ciò salvo ovviamente ad ipotizzare, come vorrebbe il ricorrente, la formulazione dell'impugnazione in termini talmente fantasiosi o sganciati dai contenuti della decisione impugnata, da escludere aprioristicamente ogni possibilità di accoglimento, la qual cosa non può certamente dirsi con riferimento al caso in esame; a/3) la denuncia da parte della società degli errori di fatto ipoteticamente commessi dal primo giudice fa riferimento non già ad una svista del giudice, obiettivamente ed immediatamente rilevabile, bensì ad un non esatto apprezzamento delle risultanze processuali, correttamente deducibile con l'appello e totalmente estraneo ai contenuti tipici della domanda revocatoria; b) la sentenza di primo grado non risulta affatto fondata su una duplice, autonoma, motivazione, bensì sull'unica considerazione dell'applicabilità al caso di specie del criterio di determinazione della base imponibile previsto dall'art. 5, comma 3, del D.Lgs. n. 504/1992, per essere il fabbricato distintamente contabilizzato nelle scritture della società: ciò potendosi desumere, secondo la Commissione tributaria provinciale, dalla dichiarazione in tal senso resa dalla proprietaria per l'anno 1994, e dall'assenza di prova del contrario da parte della ricorrente. La mancanza di prova dell'assenza di attribuzione al fabbricato in questione, di un valore contabile autonomo nelle scritture della società, non assurge, pertanto, al rango di autonoma motivazione della sentenza di primo grado, ma integra una mera argomentazione rafforzativa del convincimento già espresso dal giudice, circa la sussistenza dei presupposti di fatto e di diritto per l'applicazione del criterio cosiddetto contabile; c) in ogni caso in tema di motivazione della sentenza del giudice di appello, non può in questa sede che ribadirsi, in conformità ad una consolidata giurisprudenza di legittimità, che al fine della valutazione della congruità di essa nel rispetto del combinato disposto degli artt. 132, n. 4), del codice di procedura civile e 118, commi 1 e 2, delle disposizioni di attuazione dello stesso codice, applicabili al processo tributario ex art. 61 del D.Lgs. n. 546/1992, è sufficiente il riferimento alle ragioni in fatto e in diritto ritenute idonee a giustificare la soluzione adottata, tenuto conto dei motivi esposti con l'atto di appello avverso la sentenza, di segno opposto, resa dal primo giudice, non essendo necessaria altresì la compiuta esposizione della motivazione data dal medesimo primo giudice e l'esplicita esternazione delle ragioni del dissenso da quella motivazione, poiché tale dissenso risulta implicitamente dal confronto tra le due sentenza (Cass. 17 giugno 2003, n. 9670). 2. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia ex art. 360, nn. 3), 4) e 5), del codice di procedura civile i vizi di violazione o falsa applicazione degli artt. 10, comma 4 (primo e secondo periodo), e 11, commi 1, 2, e 3, del D.Lgs. n. 504/1992, nonché dell'art. 36, comma 2, nn. 2) e 3), del D.Lgs. n. 546/1992, ed ancora degli artt. 7, 22, 24, 32, comma 1, e 58, commi 1 e 2, del D.Lgs. n. 546/1992, anche in combinato disposto tra loro, ed in relazione agli artt. 24 e 111 della Costituzione nonché dell'art. 2697 del codice civile - Omessa insufficiente o contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia. Su questa premessa in particolare poi deduce: a) la violazione di legge in cui sarebbe incorso il giudice di appello per aver ritenuto illegittima la liquidazione dell'Ici così come avvenuta da parte del Comune, sulla base dei dati e degli elementi dichiarati dalla società proprietaria dell'immobile per l'anno 1994, e successivamente mai emendati, nel pieno rispetto quindi di quanto in proposito previsto dagli artt. 10 e 11 del D.Lgs. n. 504/1992, che espressamente prevedono l'efficacia della dichiarazione del contribuente anche per gli anni successivi, così come, del resto, correttamente rilevato dal giudice di primo grado, con argomentazioni confortate da rilievi in fatto, totalmente ed illegittimamente ignorati dalla Commissione tributaria regionale; onde anche la nullità della sentenza di primo grado per carenza dei contenuti essenziali; b) la violazione delle norme sul processo tributario innanzi richiamate, commessa dal giudice di appello ammettendo la produzione da parte della società, in fase di gravame, di nuove prove, e in particolare delle proprie scritture contabili, già richiamate, ma non prodotte, nel precedente grado di giudizio per documentare l'assenza in esse di un valore contabile proprio ed esclusivo del fabbricato riportato in catasto alla particella n. 58, sub 1; e conseguentemente anche la violazione del principio dell'onere della prova in ordine alla sussistenza della circostanza dedotta dalla società. Anche questo motivo è infondato. Richiamato quanto in precedenza già esposto in ordine alle pretese omissioni della sentenza, con riferimento alle prescrizioni di cui all'art. 36, comma 2, nn. 2) e 3), del D.Lgs. n. 546/1992, deve ancora una volta altresì escludersi il preteso difetto di motivazione della pronuncia impugnata. La Commissione tributaria regionale invero, ha con ampiezza di argomenti chiaramente esposto le ragioni del proprio convincimento, consentendo in tal modo di comprendere senza alcuna esitazione l'iter logico seguito nella decisione della controversia, e che può agevolmente tradursi nell'assorbente rilievo attribuito alla assenza di una distinta contabilizzazione del fabbricato nelle scritture della società, ai fini della ritenuta inapplicabilità del disposto dell'art. 5, comma 3, del D.Lgs. n. 504/1992. Passando quindi ad esaminare più in dettaglio le altre doglianze specificamente enunciate dal Comune, deve osservarsi che: a) il principio di diritto seguito dalla Commissione tributaria regionale per affermare la illegittimità degli avvisi di liquidazione impugnati è pienamente corretto e condivisibile. Non vi è dubbio che, come lamenta il ricorrente, il D.Lgs. n. 504/1992 prevede un meccanismo di applicazione dell'Ici essenzialmente fondato sulla dichiarazione iniziale del contribuente, entro il termine previsto per la dichiarazione dei redditi relativi all'anno in cui il possesso dell'immobile ha avuto inizio, destinata ad avere efficacia anche per gli anni successivi, e sull'adempimento spontaneo dell'obbligazione mediante versamento da parte del medesimo contribuente dell'imposta autonomamente liquidata sulla base dei dati dichiarati. Rispetto a questo procedimento, che si potrebbe definire “essenziale” e fisiologico, la legge prevede l'intervento dell'ente impositore volto a far fronte ad eventuali “patologie” manifestatesi nell'attuazione del meccanismo di cui sopra, e che può realizzarsi, a seconda dei casi, in tre diverse forme: 1) o attraverso avvisi di liquidazione, emessi per liquidare l'imposta sulla base degli stessi dati forniti dal contribuente, anche al fine di co......