LIMITI AI REGOLAMENTI SULLE ANTENNE DI TELEFONIA



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ACCONTO 2009 PER CONTRIBUTO TRASPORTO PUBBLICO



































































































REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO N. 4056/2009 Reg.Dec. N. 8218 Reg.Ric. ANNO   2006 Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta) ha pronunciato la seguente DECISIONE sul ricorso in appello n. 8218/2006 proposto dal Comune di Negrar, in persona del Sindaco p.t., rappresentato e difeso dagli avv. Francesco Braschi, Raffaele Breoni e Stefania Emanuela Cona, con domicilio eletto in Roma viale Parioli n. 180, presso lo studio del primo; contro H3G s.p.a., in persona del legale rappresentante p.t., rappresentata e difesa dall’avv. Marcello Clarich con domicilio eletto in Roma piazza di Montecitorio n. 115; per l'annullamento della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale del Veneto sede di Venezia Sez. II, n. 3039/2005. Visto il ricorso con i relativi allegati; Visto l'atto di costituzione in giudizio della parte intimata; Viste le memorie prodotte dalle parti a sostegno delle rispettive difese; Visti gli atti tutti della causa; Alla pubblica udienza del 3 marzo 2009 relatore il Consigliere Marcella Colombati. Uditi l’avv. Salvatore per delega dell’avv. Braschi e l’avv. Clarich; Ritenuto e considerato in fatto e in diritto quanto segue: FATTO E DIRITTO I. Con  sentenza succintamente motivata del Tar Veneto n. 3039 del 2005 è stato accolto il ricorso della società H3G s.p.a. avverso il provvedimento del Comune di Negrar n. 096C/04 del 6.5.2005, recante il diniego di installazione di un impianto di telefonia cellulare in località Calcarole nel territorio comunale, e avverso l’art. 4 del regolamento comunale che individua i siti sensibili, i siti tutelati e i siti  in cui posizionare gli impianti. Il Tar ha ritenuto che la norma regolamentare, estendendo ad una serie di siti il divieto di installazione in modo generico e cioè senza che venga richiesta la verifica  in concreto della compatibilità dell’impianto, è illogica e rivolta, più che alle caratteristiche edilizie dei manufatti, alla loro funzione, così perseguendo finalità sanitarie che esulano dalla competenza del Comune e che spettano in via esclusiva allo Stato; ne consegue che il diniego, basato esclusivamente sulla citata norma regolamentare illegittima, è a sua volta illegittimo e deve essere annullato unitamente all’art. 4 cit. II. La sentenza è appellata dal Comune, il quale premette: - che l’area in cui dovrebbe insistere il manufatto è classificata nel  P.R.G. come sottozona  “E1 di tutela”; - che il regolamento vieta l’installazione nei siti paesaggistici  e storici, individua alcune zone dove si possono collocare gli impianti e,  per zone diverse,  consente l’installazione solo in ambiti già  compromessi dal punto di vista urbanistico-edilizio, previa la dimostrazione che il sito prescelto consente di conseguire  un servizio migliore rispetto ai siti maggiormente idonei; - che il regolamento è stato inviato alle società di telecomunicazioni preventivamente al fine di verificare se le loro richieste potessero essere soddisfatte in siti idonei. Quindi formula i seguenti motivi di gravame: 1) violazione dell’art. 112 c.p.c.; omessa pronuncia ed esame delle eccezioni preliminari di improcedibilità sollevate dal Comune: il Tar non ha esaminato le due eccezioni di improcedibilità per incompletezza del contraddittorio, non avendo la società notificato il ricorso alle altre amministrazioni intervenute nella procedura (in particolare ARPAV e Sovrintendenza), e per tardività dell’impugnativa avverso l’atto presupposto, cioè il regolamento; non vi sarebbe stata la dovuta corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato; né può sostenersi un rigetto implicito delle eccezioni, bensì una insanabile lacuna motivazionale della sentenza; nel caso in cui non venga disposto l’auspicato annullamento con rinvio al primo giudice, l’appellante chiede che il Collegio si pronunci sulle eccezioni ora riproposte; 2) assenza, insufficienza e contraddittorietà della motivazione in riferimento all’interpretazione e applicazione dell’art. 8, comma 6, della legge n. 36 del 2001: il regolamento non persegue finalità sanitarie, ma esigenze paesaggistiche e artistiche, intendendo localizzare gli impianti in aree maggiormente idonee all’installazione; non c’è un generale divieto, perché sono possibili localizzazioni alternative, sempre che sia assicurato l’interesse di rilievo nazionale ad una diffusione capillare del servizio di telefonia mobile per la copertura del territorio; con l’entrata in vigore del d. lgs. n. 259 del 2003 la localizzazione delle infrastrutture per telecomunicazioni non è più libera come per la legislazione precedente, ma deve essere conforme alla legislazione nazionale e regionale e alla disciplina locale approvata dai Comuni ai sensi dell’art. 8 cit. e contenuta nel regolamento ora contestato; mentre il Comune ha valutato tutti gli interessi coinvolti (edilizio, sanitario, pianificatorio), la società non ha provato l’irragionevolezza della scelta del Comune e l’impossibilità  di coprire il territorio dai siti consentiti; il Comune ha ben esercitato il potere regolamentare e non deve seguire la procedura dei regolamenti edilizi (partecipazione, pubblicazione, ecc); in ogni caso le imprese del settore sono state avvertite dell’adozione del regolamento; l’intervento ricade in sito tutelato e non vale il parere favorevole in precedenza espresso dalla Commissione edilizia, che non vincola l’amministrazione, anche perché, quando è stato emanato il diniego, esisteva già il regolamento e doveva essere applicato per il principio del tempus regit actum. III. Si è costituita nel presente giudizio la società H3G, originaria ricorrente, controdeducendo sulle eccezioni e concludendo per l’infondatezza dell’appello; quindi ha riproposto i motivi assorbiti in primo grado, quali: - la violazione della legge regionale n. 61 del 1985, dell’art. 8 e seg. della legge n. 1150 del 1942 nonché l’eccesso di potere per difetto dei presupposti, per essere stato il regolamento adottato senza le necessarie procedure partecipative proprie degli strumenti urbanistici; - la violazione del d. lgs. n. 42 del 2004, l’incompetenza, il difetto di istruttoria e di motivazione, per la parte in cui il Comune col regolamento ha vietato l’installazione nelle zone vincolate, così sostituendosi all’autorità preposta alla gestione del vincolo paesaggistico la cui presenza, com’è noto, non comporta l’inedificabilità assoluta; né è consentita, nella materia, l’imposizione di divieti estesi, in maniera generica, ad ambiti molto vasti; - la violazione degli artt. 1,3,4,8,e 16 ......