LO STATUTO DEVE RISPETTARE LA LEGGE



(continua a leggere)


CONDIZIONI PER LA NOMINA DEL DIFENSORE CIVICO



































































































T T.A.R. Lombardia–Milano – Sez. III - Sentenza 6 maggio 2004, n. 1622                                                                            N.      1622 /04     Reg.Sent. N.      1944/03      Reg. Ric. REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia sezione 3a ha pronunciato la seguente SENTENZA sul ricorso n. 1944/03, proposto da Alessandro ANTONIAZZI, Emilia BOSSI, Giuliana CARLINO, Emanuele FIANO, Alberto MATTIOLI, Giovanni OCCHI, Basilio RIZZO, Marilena ADAMO, Fabrizio SPIROLAZZI e Valter MOLINARO, rappresentati e difesi dagli avv.ti Ezio Antonini, Felice Besostri, Ettore Martinelli e Vittorio Angiolini, con domicilio eletto presso lo studio di quest’ultimo in Milano, via G. Serbelloni 8 contro COMUNE DI MILANO in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dagli avv.ti Carlo Malinconico, Maria Rita Surano, Maria Rosa Sala e Angelo Vitali, con domicilio eletto presso gli uffici dell’avvocatura comunale in Milano, via della Guastalla 8 per l’annullamento della delibera del Consiglio comunale n.32 del 9 giugno 2003, con cui sono stati modificati gli artt. 36 e 43 dello Statuto del Comune di Milano, nonché di ogni altro atto antecedente, presupposto, esecutivo, consequenziale e comunque connesso; visto il ricorso notificato in data 4 luglio 2003 e depositato in data 9 luglio 2003; visto l’atto di costituzione in giudizio del comune di Milano; viste le memorie difensive delle parti; uditi alla pubblica udienza del 22 gennaio 2004, relatore il cons. Domenico Giordano, gli avv.ti Antonini, Besostri e Angiolini per i ricorrenti e gli avv.ti Malinconico e Surano per il Comune resistente; visti gli atti tutti della causa; ritenuto quanto segue in: FATTO Con il ricorso in epigrafe è stata impugnata, unitamente agli atti ad essa connessi, la deliberazione n.32 del 9 giugno 2003, con la quale il Consiglio comunale di Milano, con il voto favorevole della maggioranza assoluta dei suoi componenti, ha approvato modifiche agli artt. 36 e 43 dello Statuto comunale, riservando alla competenza della Giunta comunale la determinazione di variazioni o di dismissioni di quote di parteci­pazioni non determinanti ai fini del controllo delle società partecipate. I ricorrenti, che agiscono nella loro qualità di consiglieri comunali (risultati dissenzienti, assenti o astenuti), sostengono che la delibera concreti un’illegittima menomazione delle competenze consiliari e, di riflesso, delle loro stesse funzioni, privandoli della possibilità di prendere parte a decisioni di importanza strategica in settori di intervento comunale. A sostegno dell’impugnazione deducono le seguenti censure: 1) violazione e falsa applicazione degli artt. 54, primo comma, 23, 97, 117, 118 e 136 Cost., anche in relazione al D.Lgs.n. 267/2000, erroneità dei presupposti e illogicità manifesta. La delibera muove dal presupposto, affatto erroneo, secondo cui, per effetto delle modifiche intro­dotte con la L.C. n.3/01, non sussisterebbe più alcun rapporto di gerarchia tra leggi e statuti e questi ultimi sarebbero quindi affrancati da vincoli legislativi in materia di orga­nizzazione e ordinamento. In realtà, anche dopo la modifica legislativa, la Costituzione non contiene alcuna riserva di potere statutario comunale a superamento del ruolo esclu­sivo della legge, né autorizza lo Statuto a disapplicare i vincoli legislativi vigenti. 2) Violazione e falsa applicazione dell’art.42 D.Lgs. n.267/2000, eccesso di potere. La modifica statutaria si pone in contrasto frontale con l’assetto delle competenze delineato dalla norma in rubrica, che riserva al Consiglio l’organizzazione dei servizi pubblici e la partecipazione dell’ente locale a società di capitali. Anche in un’ottica orientata a rico­noscere maggiori spazi di intervento alla funzione gestionale della Giunta, in nessun caso il Consiglio potrebbe essere estromesso dall’esercizio delle proprie competenze in materia di partecipazione dell’ente locale a società di capitali, nemmeno alla stregua del criterio quantitativo riferito al valore non determinante della cessione ai fini del controllo della società; da ciò l’illegittimità della scelta di devolvere alla Giunta la facoltà di variare o dismettere liberamente le quote di partecipazione comunale nelle società miste. 3) Violazione e falsa applicazione degli artt.42, primo comma, in relazione agli artt.113 e segg. D.Lgs. n.267/2000 e all’art.2359 c.c., eccesso di potere per illogicità manifesta e sviamento. Contrariamente alle intenzioni dichiarate dai promotori della delibera, le modifiche statutarie con essa approvate non costituiscono attuazione della disciplina raccolta nel T.U.E.L., in quanto depotenziano il ruolo di indirizzo e di controllo che la legge assegna in materia al Consiglio comunale. In particolare, con riguardo alle partecipazioni in società non funzionalizzate alla gestione di servizi pubblici locali, il Consiglio sarebbe privato di qualunque potere di intervento anche in settori strategici, come la gestione dei servizi aeroportuali (SEA s.p.a) o di autostrade e tangenziali (Serravalle s.p.a.); inoltre, in materia di servizi pubblici, al Consiglio residuerebbe la possibilità di esprimersi solo su variazioni e dismissioni di quote determinanti ai fini del controllo delle società parteci­pate, mentre ogni altro atto comunale inerente a vincoli statutari di nomina alle cariche sociali ovvero a particolari vincoli contrattuali, per quanto incidente sul controllo della società a norma dell’art.2359 c.c., sarebbe devoluto alla competenza della Giunta, con depauperamento del potere consiliare di indirizzo e controllo. Il Comune di Milano si è costituito in giudizio, controdeducendo con memorie. In esse la difesa comunale ha sostenuto: -l’inammissibilità del ricorso per difetto di legittimazione attiva dei consiglieri comunali ad impugnare, per motivi diversi dai vizi in procedendo, la delibera adottata dall’organo di appartenenza, non potendosi trasferire nella sede giurisdizionale conflitti interorganici, che devono trovare composizione in sede amministrativa; -l’inammissibilità delle censure volte a denunciare profili di eccesso di potere, che non sono configurabili in relazione ad un atto che ha natura di fonte di diritto;