PAGAMENTO DEI PROGETTI NON REALIZZATI



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ADDIZIONALE IRPEF: SALDO 2001



































































































CORTE DI CASSAZIONE, SEZ CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I CIVILE – sentenza 28 luglio 2004 n. 14198 SVOLGIMENTO DEL PROCESSO 1. Il Comune di Marineo conferiva, nel corso dell’anno 1989, all’ing. Antonio Romano l’incarico di progettazione e direzione dei lavori per la realizzazione di un nuovo mattatoio comunale. A tal uopo approvava anche il disciplinare di incarico relativo, contenente una clausola (l’articolo 11) nella quale era stabilito che l’onorario sarebbe stato corrisposto solo dopo che l’opera sarebbe stata ammessa a finanziamento mentre il professionista s’impegnava a non prendere alcun compenso, nemmeno per spese vive, "qualora l’opera non venisse ammessa a finanziamento". Il professionista, nel giugno 1990, trasmetteva al Comune il progetto esecutivo dell’opera. Qualche anno dopo, dalla lettura dei giornali egli apprendeva che l’ente locale aveva aggiudicato i lavori di ristrutturazione del vecchio mattatoio e, così, abbandonato il suo progetto, per la quale ragione invitava il Comune al pagamento delle proprie competenze e, in difetto, promuoveva la costituzione di un collegio arbitrale. Il professionista chiedeva agli arbitri la condanna del Comune al pagamento delle proprie competenze a titolo di corrispettivo contrattuale e, in subordine, per inadempimento contrattuale. In ulteriore linea subordinata, a titolo di arricchimento senza giusta causa. 2. Pronunciando sui quesiti formulati, con lodo del 12 gennaio 1998, il Collegio accoglieva la domanda, proposta in via subordinata dal professionista, e condannava il Comune al risarcimento del danno per inadempimento. Il Comune impugnava per nullità il lodo davanti alla Corte d’appello di Palermo che accoglieva la domanda e dichiarava nullo l’atto impugnato. Secondo i giudici statali, nel caso di specie non si sarebbe potuto applicare l’istituto della finzione di avveramento della condizione, di cui all’articolo 1359 Cc, perché: a) la condizione del finanziamento non si sarebbe potuta ritenere avverata, solo perché in un secondo momento sarebbe venuto meno l’interesse dell’ente locale al finanziamento; b) si trattava di una condizione mista (essendo l’efficacia del contratto subordinata alla verificazione di un evento futuro ed incerto dipendente, in parte, anche dalla volontà del Comune, che ‑ per ottenerlo ‑ avrebbe dovuto richiederlo; c) non era configurabile un obbligo in capo al Comune, il cui comportamento non sarebbe stato valutabile ai sensi dell’articolo 1358, secondo la clausola della buona fede. 3. Contro tale pronuncia l’ing. Romano ha proposto ricorso per cassazione, articolato in tre mezzi, illustrati anche con una memoria. Il Comune di Marineo resiste con controricorso e impugna con ricorso incidentale, articolato in due motivi, del pari illustrati con memoria. MOTIVI DELLA DECISIONE 1.1. Con il primo motivo di ricorso (con il quale denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto, articoli 829 Cpc e articolo 1359 Cc) il ricorrente deduce che la Corte territoriale avrebbe errato ritenendo che il collegio arbitrale avesse applicato l’articolo 1359 Cc (finzione di avveramento della condizione), in luogo dell’articolo 1453 (risoluzione per inadempimento). 1.2. Con il secondo motivo di ricorso (con il quale denuncia violazione e falsa applicazione di norme di diritto, articoli 829 Cpc e articolo 1359 Cc, nonché difetto di motivazione) il ricorrente, restando sul piano della valutazione dell’inadempimento contrattuale, lamenta che la Corte di appello non avrebbe rilevato che gli arbitri avevano, da un lato, individuato l’obbligo giuridico posto a carico del Comune in quel dovere «di attivarsi in modo adeguato e conducente per ottenere il finanziamento dell’opera» e, da un altro, violato tale obbligo, non inserendo il nuovo mattatoio nel programma triennale del 1994 ma, in suo luogo, il programma di adeguamento del vecchio impianto. 1.3. Con il terzo motivo di ricorso (con il quale denuncia violazione e falsa applicazione di legge, in relazione all’articolo 1359 Cc) il professionista deduce che, anche volendo rimanere sul piano del negozio condizionato, laddove la Corte d’appello ha creduto di porre la questione, la sentenza censurata avrebbe comunque errato nel considerare che anche il Comune avesse un pari interesse all’avveramento della condizione. Tale interesse, infatti, pur presente, sarebbe estraneo al piano contrattuale, quello del negozio d’opera professionale, poiché su questo rileverebbe soltanto l’interesse del professionista. 2.1. Con il primo motivo di ricorso incidentale (con il quale deduce violazione e falsa applicazione dell’articolo 23 del Dl 66/1989, convertito nella legge 144/89, che subordina la validità ed efficacia dei rapporti obbligatori della Pa alla sussistenza di regolari impegni di spesa pena la intercorrenza del rapporto «tra il privato fornitore e l’amministratore o funzionario che abbia consentito la fornitura») il Comune lamenta la mancata valutazione del fatto che il compenso previsto era privo dell’impegno di spesa e, quindi, invalido. 2.2. Con il secondo motivo di ricorso incidentale (con il quale deduce violazione e falsa applicazione degli articoli 91 e 92 Cpc, nonché difetto di motivazione) il ricorrente si duole della mancata condanna del soccombente al pagamento delle spese e della mancata motivazione della loro compensazione totale. 3. Preliminarmente, deve disporsi la riunione dei due ricorsi, proposti contro la stessa sentenza. 4. Il ricorso principale, per la stretta connessione esistente tra i motivi proposti, ne esige la contestuale trattazione. Esso è fondato e va accolto. 4.1. Va premesso che la qualificazione giuridica data dalla Corte d’appello alla fattispecie concreta, oggetto della controversia, è contestata dal ricorrente, il quale, ha proposto, davanti agli arbitri, una pluralità di domande e, per quanto vorrebbe tener fermo ‑ con i primi due motivi ‑ il piano dei rimedi sinallagmatici e pervenire ad una convalida dell’esito arbitrale (con l’affermazione dell’avvenuta risoluzione del contratto d’opera intellettuale, intercorso tra il Comune di Marineo e l’ing. Antonio Romano, con riferimento alla progettazione e alla direzione dei lavori per la realizzazione di quel nuovo mattatoio comunale mai realizzato, ai sensi dell’articolo 1453 Cc), non si oppone ‑ con il terzo motivo ‑ ad una diversa configurazione della responsabilità del Comune, facendo propria la teorica del negozio condizionato. Com’è noto, però, la richiesta di applicazione del rimedio funzionale (l’azione di risoluzione) non attiene alla struttura del negozio, bensì la presuppone, essendo un rimedio pratico compatibile solo con ì contratti a prestazioni corrispettive, al quale novero appartiene, senza contrasto, il contratto d’opera intercorso tra le parti. Questo, però, ha formato oggetto, secondo la prospettazione del ricorrente (al di là della motivazione che non ne dà conto) di una ulteriore qualificazione da parte della Corte d’appello, che non lo ha considerato alla stregua dei negozi puri e immediatamente efficaci ma, al contrario, come un accordo sottoposto ad una condizione sospensiva (il diritto di credito del professionista era stato subordinato ad un evento fattuale, futuro ed incerto: il finanziamento dell’opera pubblica da parte delle Amministrazioni competenti). Più precisamente, la Corte territoriale ha qualificato il negozio come sottoposto ad una condizione mista, «in quanto l’efficacia del contratto era subordinata alla verificazione di un evento futuro ed incerto dipendente in parte dalla volontà di uno dei contraenti» (e ciò in quanto la «concessione del finanziamento dipendeva anche da comportamento del Comune che, a giudizio degli arbitri, manifestò, successivamente, per segni inequivoci, la volontà di non avvalersene»). Tale precisazione della qualificazione giuridica dei fatti accertati dagli arbitri, rilevante ai finidell’accoglimento della domanda del Comune, non è censurabile in Cassazione perché (contrariamente a quanto opina il ricorrente che aveva visto accolta la sua domanda, davanti agli arbitri) rientra nei poteri del giudice investito dell’impugnazione di nullità del lodo, anche nella fase rescindente del proprio giudizio, quello di dare ai fatti accertati dagli arbitri una diversa o ulteriore qualificazione, purché funzionale all’accoglimento della domanda della parte attrice in impugnazione (nella specie: la domanda di annullamento del lodo per violazione di una regola giuridica) e senza l’esercizio di poteri di accertamento del fatto, che dev’essere identico a quello contenuto nel lodo impugnato e non può subire modificazioni. Nella stessa linea di pensiero, questa Corte ha affermato (sentenza 14865/00) che, persino in Cassazione, l’esatta qualificazione giuridica delle questioni dedotte in giudizio (sostanziali, attinenti al rapporto, o processuali, attinenti all’azione ed all’eccezione), può essere operata, anche d’ufficio, dalla Corte, nell’esercizio dell’istituzionale potere di censura degli errori di diritto, ove le circostanze a tal fine rilevanti ‑ siano state compiutamente prospettate nella pregressa fase di merito dalla parte interessata. Tale potere è stato ‑ in linea di principio ‑legittimamente esercitato dalla Corte territoriale, la quale ha anche specificato i fatti (certi e non controversi) idonei a dare quella qualificazione giuridica della fattispecie, ricostruita in fatto dagli arbitri. Vanno perciò, disattese le doglianze del ricorrente, in parte qua, sebbene, presumibilmente, ancorate ad una giurisprudenza, anche di questa Corte, riportata nella stessa sentenza di merito, secondo la quale un congegno negoziale, sottoposto ad una condizione mista, non può avere ad oggetto un obbligo giuridico per il segmento non casuale attribuito alla volontà della parte (nella specie, il Comune che aveva interesse, ma non il dovere, di attivarsi nel chiedere, il finanziamento dell’opera progettata dal professionista). 4.2. Invero, tale giurisprudenza, in tema di contratto condizionato, ha bensì sostenuto, anche recentemente (Cassazione 6423/03), che l’omissione di un’attività in tanto può ritenersi contraria a buona fede e costituire fonte di responsabilità, in quanto l’attività omessa costituisca oggetto di un obbligo giuridico, e che la sussistenza di un siffatto obbligo deve escludersi per l’attività di attuazione dell’elemento potestativo in una condizione mista. Ma tale assetto dei principi nella materia negoziale sottoposta a condizione non appare soddisfacente e suggerisce più d’una ragione di riconsiderazione, anche in seguito alle non trascurabili sollecitazioni dottrinali. 4.2.1. È stato osservato, infatti, che la natura potestativa di uno dei due segmenti in cui si articola la condizione mista non può tradursi nella assoluta arbitrarietà di comportamento per quella parte che ‑ in base all’accordo contrattuale ‑ è chiamata ad esprimere quella volontà che costituisce anche una componente della condizione. L’articolo 1355 Cc, infatti, pilastro estremo di tale disciplina, sanziona di nullità la pattuizione che ne faccia dipendere l’efficacia «dalla mera volontà dell’alienante o .. del debitore». Ciò in quanto il fenomeno della regolazione giuridica non può prendere in considerazione, se non per escluderne la validità o la tutela, il mero capriccio ovvero il dominio assoluto della volontà arbitraria e non responsabile. Essa, infatti, prende in considerazione......