RESPONSABILITA’ DEI CONSIGLIERI PER VIOLAZIONE DI NORME



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CONDIZIONI PER LO SCIOGLIMENTO DEL CONSIGLIO COMUNALE



































































































CORTE DEI CONTI, SEZ CORTE DEI CONTI, SEZ. II GIUR. CENTRALE D’APPELLO - sentenza 10 gennaio 2005 n 2/2005/A - Pres. T. De Pascalis, Rel. M. Casaccia – P.M. A. Canale - Procura Generale c. Mercone e altri (Avv.ti C. Biagini, A. Russo, A. Rossi e R. Ricci) - (conferma C.d.C., Sez. Campania 7 giugno 2002, n. 67). SENTENZA sull'appello, iscritto al n. 16433 del Registro di Segreteria, proposto dai Sigg.Franco Mercone, Prisco Zibella e Maddalena Rossetti; sull'appello, iscritto al n. 16656 del Registro di Segreteria, proposto dal Sig. Pasquale Rienzo; sull'appello, iscritto al n.16659 del Registro di Segreteria, proposto dal Sig. Emilio Carosi; sull'appello, iscritto al n. 16742 del Registro di Segreteria, proposto dal Sig. Antonio D'Agostino; sull'appello, iscritto al n. 16775 del Registro di Segreteria, proposto dal Sig. Vincenzo Mirra; sull'appello, iscritto al n. 16778 del Registro di Segreteria, proposto dai Sigg. Alberto Grauso, Francesco Campochiaro, Lino Palombi, Vincenzo Calabritto, Antonio Menna, Giovanni De Rosa, Giuseppe Di Monaco, Salvatore Raucci, Angelo Cavaiuolo, Giuseppe Russo; sull'appello, iscritto al n. 16780 del Registro di Segreteria, proposto dal Sig. Antonio Russo, nonché da Luigi Mercorio; sull'appello, iscritto al n. 16782 del Registro di Segreteria, proposto dal Sig. Gerardo Di Vilio; sull'appello, iscritto al n. 16794 del Registro di Segreteria, proposto dal Sig. Pompeo Russo; appelli tutti avverso la sentenza n. 67/2002 emessa dalla Sezione Giurisdizionale della Corte dei Conti per la regione Campania in data 7.2.2002 e depositata il 7.6.2002. Visti gli atti e i documenti di causa; uditi nella P.U. del 7 dicembre 2004 il Consigliere Relatore Mario Casaccia; l'Avv. Celestino Biagini, in difesa e rappresentanza degli appellanti di cui al gravame 16433; l'Avv. Antonio Russo, in difesa e rappresentanza degli appellanti di cui al gravame 16778; l'Avv. Antonio Russo, in difesa e rappresentanza degli appellanti di cui al gravame 16780; l'Avv. Antonio Russo, in difesa e rappresentanza dell'appellante di cui al gravame 16782 e su delega dell'Avv.ti Antonio Rossi e Raffaele Ricci in rappresentanza e difesa anche degli appellanti di cui al gravame 16656, 16659 e 16742; nonché il P.M. nella persona del V.P.G. Dott. Angelo Canale. FATTO Il P.M. di prime cure ha convenuto in giudizio ventitre amministratori, nella loro qualità di consiglieri del Comune di Santa Maria Capua Vetere, nonché il vice segretario generale ed il segretario generale dello stesso Comune, per aver approvato una delibera (la n. 14 del 31.1.1992), chiedendo la condanna al pagamento in favore del Comune stesso della somma di £. 430.000.000, oltre gli interessi legali e le spese di giustizia; in particolare, il Comune di Santa Maria Capua Vetere aveva deliberato di affidare all'Associazione Nazionale Reduci della prigionia la gestione della scuola magistrale e della scuola materna dall'anno scolastico 1991/92; lo stesso Ente, poi, aveva approvato una convenzione nel 1992 della durata di nove anni che prevedeva la messa a disposizione gratuita dei locali, delle relative suppellettili, nonché le spese a carico del Comune per la manutenzione ordinaria e straordinaria e l'impegno, sempre del Comune, a versare un contributo all'Associazione di £. 270.000.000 da liquidarsi in tre rate quadrimestrali anticipate a decorrere dal 21.9.1991. In virtù di tali atti, il Comune aveva corrisposto, in un periodo in cui non si era verificata alcuna contestazione della convenzione, l'importo di £. 360.000.000. Successivamente, a causa di un complesso contenzioso la convenzione venne revocata da parte del Commissario straordinario, contenzioso che aveva avuto anche un seguito penale con la richiesta di rinvio a giudizio del Sindaco che aveva firmato la convenzione e del Sig. Meneleo Leonardo, rappresentante dell'Associazione Reduci della prigionia; intanto era accaduto che il Comune con delibere del luglio/novembre 1991 e del gennaio 1992 aveva riconosciuto debiti fuori bilancio per £. 33.786.628.000, per cui poi, e sempre nel 1992 - ed esattamente il 3.12.1992 - veniva dichiarato lo stato di dissesto del Comune con delibera n. 55 del 3.12.1992. Il P.M. nell'atto di citazione ha ritenuto come base della sua domanda il fatto che il Comune non poteva assumere impegni di spesa ai sensi e per gli effetti dell'art. 23, primo comma della legge n. 144 del 1989. L'art. 23, secondo il requirente, era precettivo, applicabile al caso di specie, sicché lo stesso, dopo aver ricordato di non aver chiamato in giudizio i consiglieri Angelucci e Bovenzi in quanto deceduti, e rettificato con un atto correttivo della citazione la data di nascita del convenuto Giuseppe Di Monaco, nonché precisata la responsabilità anche del segretario generale Russo, chiedeva la condanna al pagamento della somma sopra citata, dopo aver dedotto dalla stessa una somma pari al 40% per il vantaggio derivato al Comune dal funzionamento della scuola. La Sezione di prime cure, dopo avere accolto l'eccezione di prescrizione formulata dai convenuti Monaco e Di Muro, ha ritenuto che la spesa di £. 360.000.000 erogata dal Comune era da considerare in netto contrasto con l'art. 23 sopra menzionato, e quindi danno ingiusto per le finanze del Comune di Santa Maria Capua Vetere; ha condannato complessivamente alla somma di Euro 111.554,69, ripartendola in parti uguali a carico di ciascun appellante senza vincolo di solidarietà ed esattamente al pagamento di Euro 5.070,67 oltre alla rivalutazione monetaria ed alle spese di giudizio. Avverso tale sentenza hanno proposto gravame i Signori appellanti interessati, esponendo i vari motivi d'appello, avverso i quali il Procuratore Generale, con le conclusioni del 22.7.2003, dopo aver chiesto la riunione degli stessi appelli ai sensi dell'art. 335 del c.p.c. ha partitamente controdedotto. In particolare con i vari motivi appelli e con le correlate controdeduzioni è stato rappresentato quanto segue. Con riferimento all'eccezione di inammissibilità dell'atto di citazione per mancata notifica dell'invito a dedurre proposta dall'appellante Antonio Russo, il P.M. ritiene che trattasi di eccezione nuova non proposta in primo grado e quindi inammissibile ai sensi dell'art. 345 del c.p.c.. L'eccezione di tardività dell'atto di citazione rispetto al termine di 120 giorni di cui all'art. 5, comma primo, del D.L. n. 453 del 1993, convertito con la legge n. 639 del 1996, proposta dagli appellanti Di Vilio, Grauso, Calabritto, Mercorio, Antonio Russo ed altri, è parimenti infondata per il P.M. in quanto l'espressione "il Procuratore emette l'atto di citazione" va intesa come deposito dell'atto presso la Segreteria della Sezione. In questi termini anche la giurisprudenza delle Sezioni Riunite di questa Corte. La domanda, pertanto, è tempestiva perché l'atto di citazione venne depositato il 18.7.2001, mentre gli inviti a dedurre furono notificati nel marzo 2001. Ritengono invalida la costituzione del rapporto processuale gli appellanti Rienzo e Carosi, con riferimento al fatto che il convenuto Zito Pasquale non partecipò alla delibera, sicché mancando la legittimazione passiva, bisognava prendere atto che vi era un difetto di integrazione del contraddittorio da colmare; invece la Sezione ha pronunciato il proscioglimento dello stesso Zito; di qui, secondo gli appellanti, la nullità della sentenza. Ma per il P.M. questa tesi è infondata perché se ha ritenuto di non convenire in giudizio il Sig. Zito evidentemente ha valutato che mancavano gli elementi per la relativa responsabilità amministrativa, con la conseguenza che non si poteva parlare di un litisconsorzio necessario sia in ragione della diversità delle posizioni che dei poteri del giudice contabile, stante il carattere personale della responsabilità amministrativa. E' stata sollevata poi l'eccezione di prescrizione da parte di vari appellanti, come anche l'irritualità dell'atto di costituzione in mora per l'incertezza assoluta sull'an e sul quantum della pretesa dedotta in giudizio (appellanti Rienzo e Carosi), per la genericità del contenuto (appellanti Di Livio e Russo) e per la mancata ricezione dell'atto di costituzione in mora del Sig. D'Agostino. Il P.M. fa rilevare che la prescrizione decorre dal momento dell'effettiva erogazione della spesa che ha costituito il danno contabile, cioè dai mandati di pagamento o dai pagamenti delle utenze o quanto meno dalla data della convenzione, per cui, essendo l'atto di costituzione in mora avvenuto nel novembre 1996, l'atto di citazione era perfettamente tempestivo. Peraltro la contestazione contenuta nell'atto di costituzione in mora è stata del tutto puntuale con riferimento agli estremi della delibera censurata nonché all'importo richiesto. Inammissibile ed infondata, sempre a giudizio della Procura, è l'eccezione relativa alla mancata ricezione dell'atto di costituzione in mora del Sig. D'Agostino, attesa la sua posizione di contumace in primo grado. Vari appellanti (Mercone ed altri, nonché Carosi, come anche l'appellante Rienzo) hanno ribadito che nella fattispecie non si applica l'art. 23 precitato stante il principio non irrilevante della sopravvenienza legislativa favorevole che se violato comporterebbe la lesione dello stesso principio di uguaglianza costituzionalmente tutelato. La Procura Generale, invece, ribadisce sostanzialmente che il divieto di assumere carichi di spese a fronte di uno stato di dissesto del Comune è cogente, tant'è vero che lo stesso divieto viene sostanzialmente trasfuso nel comma 5 dell'art. 35 del D. L.vo n. 77 del 1995 per cui diventa irrilevante l'abrogazione dell'art. 23 della legge n. 144 del 1989, disposta con l'art. 123 dello stesso D. L.vo e peraltro è ancora vigente la stessa disposizione con riferimento alle leggi sull'ordinamento degli enti locali (art. 191, comma 5 del T.U. approvato con D. L.vo 18.8.2000, n. 267). La contestazione, quindi, dei presupposti per l'applicazione del divieto di nuove spese di cui all'art. 23 sopra citato è priva di fondamento perché il Consiglio nella stessa seduta del 15.7.91, dopo aver approvato il conto consuntivo del 1990, passava ad approvare la delibera n. 50 con cui vennero riconosciuti i debiti fuori bilancio. Pertanto, vi erano tutti i presupposti per l'operatività dell'art. 23, mentre è irrilevante la soppressione della distinzione tra spese obbligatorie e spese facoltative nella gestione dei comuni e delle province disposta dall'art. 7 del D.L. 10.11.1978, n. 702, convertito in legge 8.1.79, n. 3. Gli appellanti censurano anche l'esistenza di un danno erariale e della sua quantificazione ed espongono altresì che ci sarebbe stato un illegittimo sindacato su scelte discrezionali. A proposito il P.M. fa presente che trattandosi di una violazione di una norma cogente il danno era in re ipsa e per quanto concerne i vantaggi che possono essere derivati dal Comune, correttamente la Sezione Campana ha valutato la utilitas correlata al funzionamento della scuola per un numero di anni e nello stesso tempo ha valutato anche i costi elevati derivanti dal contributo di rilevante importo. Con riferimento poi all'elemento psicologico, dopo la riforma della legge 142 del 1990, il consiglio comunale è titolare di specifiche competenze, per cui non è applicabile ai suoi membri la scriminante cosiddetta politica perché, trattandosi di una materia riservata all'organo stesso, quest'ultimo ha esercitato un'attribuzione di amministrazione attiva e non già un'attività di scelta politica e/o discrezionale; sicché sono da considerare irrilevanti i tre pareri tecnici addotti per affermare la sussistenza della buona fede. Conclusivamente il P.M. ritiene quindi che tutti i motivi d'appello siano infondati, che la sentenza vada confermata con la condanna alle spese anche del secondo grado di giudizio. Con note depositate il 15.11.2004 l'Avv. Celestino Biagini, a tutela dei suoi rappresentati, ha fatto presente che l'art. 23 della legge 144 del 1989 è stato abrogato dall'art. 123 del D. L.vo 25.2.95, n. 77, per cui tale abrogazione non può essere irrilevante, mentre la ricostruzione cronologica delle delibere, effettuata dal P.G. non può essere condivisa perché l'ultimo conto consuntivo è quello del 1991, come ribadito nell'atto d'appello. Peraltro, sostiene l'Avv. Biagini che il P.G. avrebbe dovuto sollevare con appello autonomo o incidentale il fatto che il giudice di primo grado erroneamente ha considerato il conto consuntivo del 1991 approvato nel 1992, anziché quello del 1990 approvato nel 1991. Lo stesso Avvocato censura il fatto che siano stati negati i vantaggi conseguiti dall'Amministrazione, quanto meno sino alla completa esclusione del pregiudizio economico e considera la misura del 40% soltanto come una benevola elargizione. Infine, i tre pareri favorevoli alla delibera incriminata vengono considerati irrilevanti, con una valutazione che il difensore ritiene non condivisibile. Sono state depositate anche note integrative in favore del Dott. Antonio D'Agostino a proposito dell'inammissibilità dell'eccezione di prescrizione per mancata ricezione dell'atto di costituzione in mora. Il D'Agostino, a suo giudizio, non ha mai ricevuto notizie del giudizio di primo grado perché la relata notificata venne fatta a tal Piccinola o Picciuola Maria Cristina, che non appartiene al nucleo familiare del D'Agostino, né risulta dai certificati di stato di famiglia, né è persona addetta alla casa o all'ufficio; l'unica persona addetta alla casa ed all'ufficio del D'Agostino alla data del 12.9.2001 era Piccirillo Marisa. La notifica deve ritenersi inesistente perché effettuata in modo non previsto dalla legge; di qui la nullità di tutto il procedimento di primo grado e della sentenza impugnata oltre l'ammissibilità e tempestività dell'eccezione di prescrizione per mancata ricezione dell'atto di costituzione in mora a causa della posizione di contumacia, posizione che fu erroneamente dichiarata. Nella pubblica udienza odierna è intervenuto l'Avv. Celestino Biagini, il quale ha ribadito innanzitutto quanto ha rassegnato per iscritto, aggiunge......